La rapina

Quando e perché si configura il delitto di rapina

Il delitto rapina è previsto dall’art. 628 c.p. ossia entro quella parte del codice penale dedicata ai reati contro il patrimonio, ciononostante delinea un reato plurioffensivo e complesso, volto a tutelare sia l’interesse patrimoniale che l’incolumità della vittima.

Al fine della configurabilità del reato di rapina, è necessario dunque che la condotta del reo realizzi una pluralità di offese.

  • In primo luogo, la condotta deve assumere connotazioni violente ovvero minacciose.

In particolare, per violenza si intende l’esercizio di una energia fisica, di qualunque grado di intensità, idonea a provocare la coazione personale del soggetto passivo (Cass. n. 19490/2012).

Non è necessario, dunque, che la violenza sia di particolare intensità, potendo consistere anche in una mera spinta, in uno schiaffo o addirittura nel semplice divincolarsi, potendo quindi concretarsi in qualsiasi attività volta allo scopo.

Quanto alla minaccia, invece, ai fini dell’integrazione dell’elemento oggettivo della rapina, deve consistere in qualsiasi comportamento univoco e perentorio dell’agente che sia astrattamente capace di alterare la volontà della vittima (Cass. n. 44347/2010).

  • In secondo luogo, la norma prevede che l’azione del soggetto agente determini un vero e proprio impossessamento del bene altrui, alla stregua del delitto di furto.

Inoltre, la previsione normativa prevede due distinte figure criminose aventi in comune l’impossessamento della cosa altrui e l’uso della violenza, seppure in ordine temporale diverso.

Nella rapina propria minaccia e violenza rappresentano il mezzo attraverso cui si realizza l’offesa al patrimonio.

È il caso dell’ingresso in banca del soggetto armato che minacciando il banchiere con una pistola si impossessa delle somme di denaro presenti.

Nell’ipotesi di rapina impropria, invece, la violenza e la minaccia sono indirizzate a conservare il possesso della res o conseguire l’impunita’ (Cass. n. 42374/2012).

L’esempio tipico è quello della sottrazione di beni all’interno di un’attività commerciale con il soggetto agente  che tenta di divincolarsi al tentativo degli agenti di fermarlo.

Quindi, seppure le due predette ipotesi condividano gli stessi elementi essenziali, divergono per l’iter criminis, comportando un autonomo disvalore delle due figure.

Sebbene, quindi, gli elementi costitutivi delle due condotte delittuose siano gli stessi, ciò che le contraddistingue è che nella prima figura, la violenza e la minaccia è realizzata antecedentemente e propedeuticamente alla sottrazione del bene.

Nella seconda, la violenza o la minaccia segue la sottrazione ed è realizzata al fine di mantenere il possesso oppure di guadagnarsi la fuga.

A questo proposito, si precisa come, affinché si configuri l’ipotesi di cui l’art. 628 comma 2 c.p., e’ necessario che l’agente adoperi violenza e minaccia “immediatamente dopo la sottrazione”, ma soprattutto che il disegno criminale perseguito sia il medesimo, non interrompendosi così il nesso causale finalizzato all’impossessamento.

Infine, si sottolinea che risulta integrato il delitto di rapina ogniqualvolta la violenza e la minaccia sono indirizzate sia contro il depredato che verso terzi, non rilevando a il destinatario dell’offesa.

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