Resistenza a pubblico ufficiale. Perche’ desistere.

Quando e' configurabile il delitto di resistenza a pubblico ufficiale a fronte di una condotta concreta ed efficace.

La previsione normativa di cui all’art. 337 c.p. prevede il reato di resistenza a pubblico ufficiale ogniqualvolta si usi “violenza o minaccia per opporsi” a chi svolge un atto di ufficio o di servizio.

Tuttavia, a ben vedere, la citata disposizione non si preoccupa di precisare cosa si intenda per resistenza e quali comportamenti integrino la fattispecie.

Innanzitutto, occorre sottolineare come qualsiasi condotta idonea ad impedire o a ostacolare l’esercizio della pubblica funzione può integrare il reato in oggetto.

Infatti, violenza e minaccia costituiscono elementi essenziali del reato poiché capaci di deviare la volontà del soggetto pubblico, ostacolandone l’azione.

Ma cosa si intende per condotta idonea?

Sotto il profilo comportamentale, si richiede che il soggetto agente attraverso la sua condotta impedisca al pubblico ufficiale l’esercizio delle sue funzioni.

Pertanto, ad esempio, un soggetto tratto in arresto che si opponga con calci e spintoni diretti verso l’operante, sarà perseguibile per il reato di resistenza.

Non solo, è bene evidenziare come anche le condotte autolesioniste possano integrare la fattispecie ex 337 c.p. in quanto finalizzate ad ostacolare l’azione del pubblico ufficiale, purché però predetta azione abbia una concreta efficacia interdittiva.

Perciò, qualora l’agente si procuri volontariamente delle lesioni al fine di impedire il compimento di un atto di ufficio sarà perseguibile per il reato in oggetto.

Infatti, e’ necessario che l’opposizione di cui sopra, sia concreta ed efficace e per questo motivo idonea ad ostacolare l’attività di chi svolga un pubblico servizio.

Sotto altro profilo, un ulteriore aspetto da considerarsi è quello temporale.

Invero, la minaccia o la violenza devono essere esercitate mentre il pubblico ufficiale compie un’attività rientrante nelle proprie mansioni altrimenti, in difetto di questo elemento temporale, potranno ricorrere gli estremi di un diverso reato.

Alla luce di quanto esposto finora, è evidente che affinché si configuri l’ipotesi ex art. 337 c.p. violenza o minaccia devono tradursi in una forza fisica che contrasti l’attività del pubblico ufficiale e che questa non possa consistere in una resistenza passiva.

Quindi il mero divincolarsi, da intendersi come una resistenza passiva ovvero una reazione istintiva, ben si distingue dall’impiego di forza diretto a neutralizzare l’altrui azione o a sottrarvisi e, pertanto, non dovrebbe, se non accompagnato da altre condotte, integrare il reato di resistenza.

Da ultimo, deve essere trattato un ulteriore aspetto ossia l’eventualità che la resistenza sia posta in essere nei confronti di più pubblici ufficiali.

Orbene, originariamente questa ipotesi non era vista come un unico reato, ma come diversi reati riuniti sotto il vincolo della continuazione.

Fortunatamente, nel 2014 si e’ addivenuti a una pronuncia della Cassazione in cui la resistenza verso più pubblici ufficiali è considerata come un unico reato, in cui violenza e minaccia sono poste in essere nel medesimo contesto fattuale.

In conclusione, la ratio legis trova giustificazione nell’esigenza di tutelare la libertà di decisione e azione della P.A. attraverso la tutela fisica dei soggetti pubblici e pertanto si attribuisce un quid di disvalore a tutti quei comportamenti idonei a opporvisi.

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Eugenia Alonzi