Stupefacenti e lavoro di pubblica utilità

Il difficile connubio tra lieve entità ex art. 73, V comma, DPR 309/90 e lavoro di pubblica utilità.

Il rapporto tra stupefacenti e lavoro di pubblica utilità non è di certo semplice, ma essenzialmente si traduce nel presupposto enunciato dall’art. 73 comma 5 DPR 309/90.

Infatti, nonostante i passati interventi legislativi, a seguito della L. 36/14 è stato reintrodotto il comma 5 bis nel testo nella sua attuale formulazione, rendendo finalmente operativo il successivo comma 5 ter.

Pertanto, la possibilità di sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità è oggi una realtà.

Le quattro condizioni per l’applicabilità del lavoro sostitutivo sono:

  • condizione soggettiva di tossicodipendente o comunque di assuntore di sostanze stupefacenti;

  • la richiesta dell’imputato;

  • l’acquisizione del parere del Pubblico Ministero, la non applicazione della sospensione condizionale della pena.

In primo luogo, appare di notevole rilevanza l’apertura offertaci dalla norma in esame che non si limita a contemplare la sola ipotesi di tossicodipendenza, bensì quella più ampia dell’assunzione di sostanze stupefacenti.

Predetta apertura permette un raggio più ampio di destinatari che, manifestando la propria volontà possono ricorrere al lavoro di pubblica utilità in sostituzione della pena.

Altra novità attiene poi, la necessità, al fine di accedere al lavoro di pubblica utilità, che la relativa richiesta venga avanzata direttamente dal soggetto interessato.

Tale opportunità, di respiro europeista, si mette in linea con la Convenzione dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali.

Inoltre, subordinando la concessione del lavoro di pubblica utilità alla richiesta dell’imputato o a quella del suo difensore, munito però di procura speciale, si presuppone la piena consapevolezza dell’interessato del fine rieducativo.

Proprio al fine di rimarcare ulteriormente la finalità riabilitativa dell’istituto, il combinato disposto dei commi 5 bis e 5 ter dell’art. 73 del DPR 309/90 contiene un esplicito richiamo all’art. 54 D.lgs. 274/2000.

Tale norma specifica le modalità del lavoro di pubblica utilità puntualizzando che l’attività lavorativa prestata dal condannato dovrà essere non retribuita e a favore della collettività.

Si ricorda, inoltre, che la richiesta deve essere antecedente alla definizione del giudizio.

Per quanto concerne, poi, l’acquisizione del parere del P.M., questo non è vincolante, ma ha una mera funzione consultiva.

Infine, spetterà al giudice escludere preventivamente la concessione ex art. 163 c.p. e sempre a questo è demandata la scelta discrezionale di avallare o meno la richiesta del reo, usando come unico parametro di giudizio quello dell’art. 27 Cost. ossia l’idoneità della misura a rieducare il condannato.

Esaminando, ora, il comma 5 ter dell’art. 73 T.U. Stup., questo prevede l’estensione della della disposizione del comma precedente anche nel caso in cui il tossicodipendente o assuntore di sostanza stupefacente commetta reati differenti rispetto a quello previsto dal quinto comma del predetto art. 73.

Pertanto, i presupposti per l’applicazione della disciplina in discorso in caso di commissione di reati differenti rispetto a quello di spaccio di lieve entità sono:

  • la condizione di tossicodipendente del soggetto agente ovvero la condizione di abituale assuntore di sostanza stupefacente;

  • il fatto di aver commesso il reato “diverso” una sola volta.

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Eugenia Alonzi